Rifiutare la morte o educare alla morte?

Dalla consapevolezza del terrore della fine può affinarsi un nuovo sguardo sulla vita.

“Diventare consci di tutto quello in cui ci si adopera per potersi guadagnare la sensazione di essere eroi, è questo il principale problema di auto-analisi della vita” scriveva l'antropologo culturale Ernest Becker nel 1972, due anni prima della sua morte per cancro all'età di 49 anni. E nell'accezione intesa da Becker, l'eroismo è precipuamente un riflesso del nostro terrore della morte.

La società, ai suoi occhi, non è che una rete di azioni simboliche, dove valori, identità, ranghi, consuetudini e comportamenti rappresentano veicoli all'eroismo individuale. Un sistema codificato di eroismi, un mito vivente e vissuto che esprime il significato della vita, ne crea il senso. In ogni mito, l'eroe sfida l'oscurità e l'ignoto, accede all'aldilà per ritornare nell'aldiquà, vivificato. Quello che l'uomo-eroe ricerca nell'aldilà sono il proprio valore, la sua rilevanza cosmica, il suo posto nell'universo delle cose, la sua funzione ultima: ciò che, più aridamente, verrà poi definita autostima.

L'uomo da sempre è incagliato nel paradosso esistenziale della sua “individualità nella finitudine”: egli si pone al di fuori del mondo naturale ed ugualmente ne è vittima designata, è creatore di miti e simboli ma rimane cibo per vermi, egli ha un nome, una storia, ma allo stesso tempo annaspa in un corpo fisico che milioni e milioni di anni fa era quello di un pesce. Tutto ciò che egli compie nella sua realtà simbolica è un tentativo di negare e superare questo grottesco destino. Al confronto con la maestosità sbalorditiva della creazione, con il miracolo stesso della vita, l'essere umano si scopre incapace di sopportare il peso incommensurabile di tale meraviglia. Lo si scopre da bambini, la meraviglia di tutte le cose, di ogni istante, rischia di distruggerci, allora impariamo presto a minimizzare lo stupore, a difenderci dal terrore di vivere la totalità dell'esperienza, “abbandondare l'estasi”. Paura della vita per paura della morte. Tale consapevolezza della morte rappresenta la prima forma di repressione psicologica, prima ancora di qualsiasi impulso sessuale.

Riproponendo contributi dai lavori dello psicanalista austriaco Otto Rank, Becker caratterizza la repressione della morte quale pietra angolare sulla quale la cultura si fonda, una repressione che è quanto di più unicamente umano si possa concepire, nel senso che è fondante della specie umana, e ne è parimenti tratto esclusivo fra tutte le creature. La domanda centrale, secondo Becker, diventa allora: a quale livello di illusione vivere? Quale, fra tutte le illusioni costruite per proteggerci dalla paura terribile, è la migliore? L'idiozia più legittima? D'altronde, il peso esistenziale che l'evoluzione ha scaricato sull'uomo quando egli ha preso coscienza della propria natura è il prezzo da pagare per la continua espansione umana verso i margini del progesso e della consapevolezza. Sebbene la psicologia tenti di individuare la causa del malessere personale all'interno della dimensione dell'individualità, semmai in relazione con la comunità, invero la ragione ultima del senso di disagio, colpa ed inferiorità con cui l'uomo si affligge va ricercata nel tentativo di questo “animale simbolico” di trovare uno spazio sicuro nella natura brutale e terrificante che egli abita.

Circa un decennio dopo la pubblicazione del seminale lavoro di Becker sul rifiuto della morte, tre ricercatori americani svillupano quella che coniarono col nome di terror management theory. In essa le idee di Becker sono sviluppate in un'ottica psicologica e socio-evolutiva, con l'intento di fornire un'interpretazione costruita sull'evidenza empirica di una serie piuttosto vasta di attitudini e comportamenti. Secondo la TMT, il terrore è la naturale risposta adattiva all'imminente minaccia che la morte rappresenta. Quando, con lo sviluppo progressivo delle capacità cerebrali, l'essere umano è giunto ad avere un senso di sé ed un senso della temporalità (passato-presente-futuro), egli ha iniziato a percepire la minaccia mortale anche quando essa non fosse imminente. Il terrore si cronicizza. In modo da gestirlo, l'ingegno darwinista dell'essere umano ha nel tempo utilizzato e raffinato due strumenti: il primo è quello di abbracciare una visione culturale universale, il secondo è l'esperienza di autostima. È quest'ultima a svilupparsi per prima, quando, infanti, iniziamo a esperire la connessione che esiste tra la cura che riceviamo dai genitori e la nostra capacità di agire in modo da non arrecare danno al nostro benessere: impariamo un po' per volta a seguire delle regole basilari, ad adeguarci sempre più alle richieste dell'ambiente, in quanto da esso dipendiamo per la nostra sopravvivenza. Col passare del tempo e dello sviluppo psicologico, comprendiamo come alcuni segnali della realtà intorno a noi tendano a rafforzare concetti quali l'ammirabile, il giusto, il buono, in opposizione ad altri segnali che invece sembrano caratterizzare il deplorevole, l'ingiusto, il cattivo: in questa dicotomia sperimentiamo la prima forma di visione del mondo.

Ciò che ricerchiamo continuamente è la sensazione di essere partecipi e meritevoli all'interno di un universo significativo. Adoperiamo l'autostima a livello fisiologico, come rimedio allo stress, ed a livello simbolico, come protezione dal terrore originario, quello della morte. Dal punto di vista di evoluzione della specie, la manifestazione della consapevolezza circa la nostra finitudine avrebbe potuto rappresentare una barriera insormontabile per la specie umana, se non fosse intervenuta l'innata tendenza all'adattamento che ci caratterizza e che è responsabile della creazione di miti, religioni, pratiche ritualistiche e spirituali: hanno tutti in comune la funzione di tenere a freno il terrrore, rafforzando l'illusione che l'uomo possa esercitare controllo sui fenomeni cosmici.

Questi rimedi al terrore della morte condividono un sostrato che la TMT individua nel bisogno di immortalità, sia essa intesa in maniera letterale, come nella creazione di teorie sulla vita dopo la morte, l'anima, ed anche la ricerca di elisir, antichi e moderni, per l'eterna giovinezza, sia invece un'immortalità simbolica, cioè il lascito in senso lato alla nostra progenie ed il ricordo che i posteri custodiranno di noi. Tutta la storia dell'uomo può essere descritta come una successione di ideologie sull'immortalità. A livello individuale invece, l'ideologia può essere immaginata come il tetto sotto cui prendiamo riparo durante una tempesta. L'analogia che gli autori della TMT propongono è appunto quella di una casa, che rappresenta la nostra sicurezza psicologica: il tetto è formato da quelle che vengono definite difese “distali” (a livello più inconscio); eventuali crepe nel tetto ci costringono a rimedi più o meno efficaci, come secchielli posizionati a catturare le perdite d'acqua, tali sono le cosidette difese “prossimali”, e cioè i tentativi di razionalizzare a livello conscio una protezione contro l'impeto della tempesta di pioggia, il terrore della morte.

Nella prospettiva della TMT esistono due opzioni per co-esistere al meglio con l'angoscia della fine: la prima opzione è aumentare sempre più la nostra consapevolezza, rendere conscio l'inconscio, fare luce sulle parti più recondite della nostra personalità, integrare ciò che è occultato. La seconda opzione è consolidare la nostra necessità di trascendere la morte attraverso ideologie e stili di vita che non siano distruttivi e che tengano in considerazione la comunione alla quale tutti gli esseri viventi partecipano.

Una contraddizione di fondo emerge nella visione del mondo che sott'intende lo schema concettuale della TMT: se le cosidette ideologie di immortalità sono illusioni create dalla mente umana per occultare la paura della morte, come può l'essere umano vedere attraverso il velo dell'illusione e, nonostante ciò, credere all'illusione? Sarebbe come mantenere la meraviglia di fronte ad un mago malaccorto, o come riporre fiducia nelle proprietà di cura di un farmaco pur sapendo trattarsi di un placebo. Come possono spiritualità e religione placare l'angoscia esistenziale, ora che l'uomo è divenuto consapevole di come esse non siano altro che menzogne, neanche più disponibili dentro alla teca di vetro, da rompere nei momenti di panico? Cosa ne è allora della loro potenza in chiave evolutiva? Ben poco, verrebbe da concludere. Ed in effetti, se l'uomo moderno sente pressante il problema della gestione del terrore della morte, molto lo si deve al processo di dissoluzione dell'elemento religioso in atto da ormai diverse generazioni.

Come Viktor Frankl ha spiegato, all'inizio della sua storia l'uomo ha rinunciato alla guida degli istinti, si è differenziato per sempre dal regno animale, avventurandosi nella vastità della conoscenza. Più recentemente, l'uomo ha subito un'altra rinuncia parimenti decisiva, la rinuncia alla tradizione, principalmente ma non solo la tradizione religiosa, striminzita sempre più dalla foga del progresso. Così, l'uomo non ha più l'istinto ad indicargli cosa fare, né la tradizione ad indicargli cosa è giusto fare. A volte neanche sa più cosa vorrebbe fare, allora finisce a conformarsi e sottomettersi. In una tale vacuità esistenziale, la morte e la paura ad essa associata vengono scongiurate in dozzine di modi diversi. Da decenni, la morte viene segnatamente presentata come spettacolare dalle industrie dell'intrattenimento; l'evanescenza ed anonimicità del modo di relazionarsi col mondo dell'uomo tecnologico hanno reso la morte sempre più impersonale; la medicina, nel suo continuo espandersi e parcellizzarsi, l'ha ridotta a contingenza statistica; la psicologia ha considerato il senso di morte come un disadattamento fra i tanti.

Sono tutti effetti di una progressiva profanazione del morire, per utilizzare un'espressione designata dalla psicologa Ines Testoni. L'etimilogia latina del termine sacro, spiega Testoni, riporta ad un qualcosa che appartiene alla dimensione divina, in contrasto a ciò che invece era associato allo spazio sociale, quindi pubblico. Quello che invece afferiva alla sfera strettamente privata era definito profano. In origine, ciò che era sacro doveva essere reso tale, quindi sacri-ficato, attraverso rituali arcani e cruenti, che nell'epoca imperiale romana vennero in qualche modo semplificati e canonizzati, per esigenze di pragmatismo e buon governo delle assai diverse tradizioni sacre coabitanti sul vasto territorio amministrato da Roma. La funzione della religione fu quella d'incardinare l'esperienza del sacro su un piano codificato e accessibile, e pertanto atto a promuovere effetti sulla morale collettiva e sulla sfera pubblica. Col progressivo affievolimento nel mondo moderno del messaggio religioso, si assiste all'inabissarsi di tale funzione sociale della fede, in particolare nel contesto della sofferenza e nel morire, esperienze inesorabilmente consegnate all'isolamento nello spazio angusto vigilato dalla tecnica medica.

In questo senso la morte è profanata, cioè relegata al privato, estirpata dal tessuto della comunità. Ecco che allora nasce un'esigenza nuova, quella di ridisegnare nella società secolare e tecnologica percorsi attraverso i quali poter dare rilevanza sociale alla riflessione sul significato del morire e sulle implicazioni che possono derivare da una più o meno consapevole rimozione collettiva dell'angoscia di mortalità. Con death education si vuole descrivere un compendio assai variegato di attività ed intereventi volti a creare e fortificare la comprensione profonda di tutti i processi legati al morire, siano essi psicologici, fisiologici o sociali, così come delle modalità per affrontare la malattia, la perdita ed il lutto. Pur servendosi di strumenti legati alle scienze pedagogiche e psicologiche, e pur agendo in stretta collaborazione con la professione sanitaria, l'approccio di death education dovrebbe garantire risalto alle elaborazioni di natura esistenziale e spirituale, nella piena accettazione che l'enigma sconcertante della mortalità non può essere sciolto dal linguaggio tecnico, né rivelato per decreto dalla dottrina religiosa: esso richiede di essere contemplato, esperito in tutta la sua contraddizione, trasformato in strumento di redenzione.

È necessario che a livello individuale e di comunità il discorso sull'angoscia legata alla nostra finitudine sia allestito e tenuto vivo, perchè attraverso di esso possano essere custoditi e fatti germogliare consapevolezze e riflessioni che dalle profondità del nostro animo tormentato possona tramutarsi in esempi di condotta nel vivere e nel morire, sull'esempio dei veri sapienti di ogni epoca e luogo, camminando sulle loro stesse tracce e verso la ricerca del significato trascendentale che è all'origine del terrore così come della beautitudine.


*Bibliografia di riferimento:

- Becker, E.; “The Denial Of Death”, (1973); The Free Press
- Solomon, S.; Greenberg, J; Pyszczynski, T.; “The Worm At The Core”, (2015); Random House
- Testoni, I.; “L'Ultima Nascita”, (2015); Bollati Boringhieri